Il prezzo dell’utopia

Giuseppe Lavorato

L’11 giugno 1980 Peppe Valarioti, segretario del Pci di Rosarno, veniva ucciso in un agguato mafioso. Storia degli intrecci perversi tra mafie e politica che hanno depredato il Mezzogiorno

Edizione 11/06/2026

 

 

Pietro Ingrao a Reggio Calabria nel 1980

Pietro Ingrao a Reggio Calabria nel 1980 – Ansa

È trascorso quasi mezzo secolo (46 anni) dall’agguato mafioso che l’11 giugno 1980 uccise Peppe Valarioti, segretario della sezione comunista di Rosarno. Ma non è storia d’altri tempi, è storia del tempo che inizia con l’ingresso prepotente della ‘ndrangheta nei grandi affari pubblici e nella vita politica ed istituzionale del nostro Paese.

È ferita aperta, delitto impunito, perché l’inchiesta giudiziaria oscurò i fatti del durissimo scontro sociale e politico che lo causarono e cestinò la testimonianza del pentito Pino Scriva che, rivelando una confidenza fattagli da Giuseppe Pesce, indicò in Giuseppe Piromalli (il capo dei capi della ‘ndrangheta) il boss che spinse lo stesso, capo ‘ndrangheta di Rosarno, ad ordire l’assassinio. (Pesce e Piromalli infatti vennero assolti con formula piena dall’accusa di essere i mandanti dell’assassinio di Valarioti, ndr).

GIUSEPPE PIROMALLI era colui che aveva organizzato e presieduto tutti gli incontri nei quali uomini di governo o loro fiduciari sedevano accanto ai capi delle consorterie mafiose calabresi, con servitori infedeli dello Stato ed imprenditori affaristi per spartirsi i miliardi della costruzione del grande porto di Gioia Tauro, dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, del raddoppio ferroviario, della trasversale Rosarno-Gioiosa Jonica, della diga sul Metramo, della cava di Limbadi, del trasferimento degli abitati e delle grandi opere finanziate dal Pacchetto Colombo e dall’intervento straordinario dello Stato nel Mezzogiorno.

Una montagna di miliardi che trasformò le grandi famiglie mafiose calabresi da guardiani e da “massari” in ricchissimi imprenditori. E un esercito di guardaspalle e malandrini da pezzenti con le toppe al sedere in boss che guidavano auto di grossa cilindrata ed arredavano di lusso le loro abitazioni. Questo avvenne nella Piana ed in Calabria negli anni Settanta e Ottanta ed è tutto documentato nei verbali delle forze di polizia, nei processi e nelle sentenze.

MA AVVENNE anche che, a fronte della rapina mafiosa dei soldi che avrebbero dovuto portare nella nostra terra lavoro e civiltà, nacque un movimento politico unitario che denunciò la rapina in tutte le piazze ed i quartieri popolari della Piana di Gioia Tauro ed accese una protesta sociale che, in alcuni tratti, assunse i caratteri dell’insurrezione popolare. Cortei che gridavano collera e disprezzo ai boss della ‘ndrangheta e cacciavano dai palchi delle manifestazioni i politici collusi o chiacchierati.

Lotte sociali che concorsero a provocare nel tribunale di Reggio Calabria il famoso processo contro De Stefano +59, nel quale le testimonianze dei comunisti Mommo Tripodi, Mario Tornatora, Francesco Martorelli, Ninì Sprizzi, Edoardo Macino e del socialista Salvatore Frasca consentirono, per la prima volta nella storia d’Italia, una sentenza di condanna dei grandi boss della ‘ndrangheta e, fatto anche più dirompente, la richiesta di prosecuzione dell’indagine penale nei confronti di alti funzionari dello Stato, della regione, di esponenti politici calabresi e nazionali di primo piano.

L’INGRESSO di Giuseppe Piromalli tra gli indagati dell’agguato che uccise Peppe Valarioti avrebbe aperto, di conseguenza, il vaso di pandora degli intrecci perversi che hanno generato quella grande rapina, l’arricchimento e la crescita vertiginosa della ‘ndrangheta. Ed avrebbe di fatto collegato l’assassinio al suo movente: colpire il Pci, le cui lotte e testimonianze furono determinanti per le condanne dei boss, suscitare terrore per piegare e spegnere la lotta sociale, soffocare ed estinguere le richieste di prosecuzione dell’inchiesta giudiziaria di Reggio Calabria che mettevano in pericolo i grandi interessi economici e di potere della ’ndrangheta e dei suoi altissimi complici.

LA ’NDRANGHETA tentò di piegare quel partito e spegnere quella lotta con atti di intimidazione gravissimi, ma ebbe risposte sempre più ferme e rigorose. Pochi giorni prima di essere ucciso, durante la manifestazione di risposta agli attentati mafiosi, nella piazza centrale di Rosarno Peppe Valarioti gridò: «Se pensate di intimidirci, vi sbagliate, i comunisti non si piegheranno mai».

Non avendoli piegati con minacce ed attentati, i vertici mafiosi decisero di ricorrere all’agguato e all’assassinio. E, per impedire eventuali testimonianze su mandanti e movente, uccisero Francesco Dominello, l’esecutore del delitto. E, vicinissimo al luogo dell’agguato, fu trovato il cadavere di Francesco Aquilano, un latitante nicoterese, che aveva al polso un orologio fermo alle ore 11:25 dell’11 giugno, poche ore dopo l’assassinio di Peppe Valarioti.

Questi sono i fatti che legano il ricordo di Peppe Valarioti ad uno dei momenti più alti della nostra storia nazionale: l’insurrezione della povera gente di Calabria, delle raccoglitrici di ulive, dei braccianti, dei contadini poveri, degli operai, dei giovani disoccupati e di tutti i cittadini onesti contro quell’intreccio perverso di interessi politici, affaristici e mafiosi che ha segnato e segna ancora la storia del Mezzogiorno e dell’Italia intera.

 

( da https://ilmanifesto.it )